Passa l’articolo 21 sull’elezione del capo dello Stato

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30 senatori di Forza Italia (tra cui il capogruppo Romani e la fedelissima di Berlusconi Maria Rosaria Rossi) votano con la maggioranza. La minoranza Pd ritira gli emendamenti
Via libera dell’aula del Senato all’articolo 21 del ddl Boschi con 161 si, 3 no e 5 astenuti. L’articolo, che introduce nuove maggioranze necessarie per eleggere il Presidente della Repubblica, è stato approvato identico a come licenziato dalla Camera, dopo l’accordo raggiunto all’interno del Pd, con la propria maggioranza.
Erano presenti in aula 227 senatori, mentre i votanti sono stati 169. Erano infatti assenti in aula i parlamentari della Lega Nord, mentre non hanno partecipato al voto M5S e Forza Italia.
Il Senato ha ripreso a lavorare sul ddl Boschi e la maggioranza dunque regge nonostante in alcuni casi abbia vacillato. È successo nei primi voti segreti di giornata (sugli emendamenti all’articolo 12) quando il conto è sceso sotto quota 150, precisamente a 143 e 144, tra i risultati più bassi da quando si è cominciato ad esaminare il testo. Un campanello d’allarme parzialmente rientrato con le successive chiamate che hanno portato all’ok degli articoli 12,13, 14 e 21 con numeri più ampi.
CHE FA FORZA ITALIA?
Le opposizioni intanto continuano a protestare stamattina hanno anche scritto una lettera al presidente Mattarella. Ma nel primo pomeriggio arriva una mossa a sorpresa: 30 senatori di Forza Italia hanno votato con la maggioranza esprimendo parere contrario all’emendamento all’articolo 17. Voti che, seppur non determinanti per la tenuta della maggioranza stessa, pesano e forse aprono nuovi scenari. Scorrendo i tabulati infatti, risultano 29 i senatori azzurri che hanno votato contro, tra cui il capogruppo Paolo Romani e la fedelissima del Cavaliere, Maria Rosaria Rossi. Un senatore di FI si è astenuto ma a Palazzo Madama l’astensione equivale a voto contrario, quindi in tutto i voti azzurri sono 30
LA TREGUA DELLA MINORANZA PD
Di fatto in mattinata la maggioranza è arrivata a soli 12 voti dal veder approvato un emendamento del M5S sull’articolo 12. Ma il calo, in parte, è fisiologico. Ieri si era votato fino a tarda sera e quindi stamane in Aula non c’era il pienone e le assenze erano parecchie. Nei successivi voti a scrutinio palese i numeri della maggioranza sono risaliti stabilmente sopra i 160 voti, sfiorando a volte anche i 170. Resta dunque una differenza sensibile, fino a oltre venti unità, tra i voti segreti e quelli palesi. Intanto c’è una “tregua” della minoranza Pd. Il senatore Miguel Gotor ha annunciato il ritiro degli «emendamenti miei e del senatore Chiti all’articolo 21 (sull’elezione del Presidente della Repubblica, ndr) e invito le opposizioni a non ripresentarli».
LE OPPOSIZIONI SCRIVONO A MATTARELLA
Mentre in Aula la maggioranza va avanti sul filo dei voti, le opposizioni (M5S, Sel, Forza Italia e Lega Nord) alzano il tiro contro la riforma costituzionale e scrivono una lettera al presidente della Repubblica Mattarella per ribadire la «mancanza di confronto» imposta da governo e maggioranza. «Questa riforma nasce e si conclude tutta all’interno di un solo partito» e consegnando «a una singola lista un’ampia maggioranza in Parlamento» e delineando «un possibile deficit democratico». Le opposizioni rilevano «inoltre il venir meno del ruolo di arbitro super partes del presidente del Senato». Infine, per le opposizioni, il Ddl è «non privo di errori materiali, incongruente nelle sue diverse parti e in aperta contraddizione» con i principi fondamentali richiamati dalla Consulta.
LE PREOCCUPAZIONI NEL GOVERNO
Ma quello che agita di più i piani alti del Pd è la tenuta della maggioranza per stare sopra quota 160 nell’interminabile tour de force di votazioni a oltranza: dove gli imprevisti sono sempre in agguato. Tanto più che pure se «nei voti segreti un calo è fisiologico», dice il Pd Marcucci, i segnali di allarme non mancano: già ieri nel secondo voto segreto di giornata all’articolo 10 la maggioranza era scesa a 153 sì e la minoranza è salita a 131. Prima dell’ok dell’aula con 165 sì, l’altro scrutinio segreto era finito 154 a 136, solo 18 voti di scarto. Franchi tiratori messi in conto meno di una decina, nel mirino finiscono i dissidenti Pd: perché l’emendamento per aumentare le competenze legislative del Senato era stato presentato da loro, poi ritirato e fatto proprio dai grillini. E ci finiscono pure gli ortodossi Ncd: perché fanno muro contro le unioni civili, definiscono «una provocazione inaccettabile» mandarle in aula nell’intervallo tra la riforma del Senato e la legge di stabilità.

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